CARBOSSITERAPIA

Prof. Vincenzo Varlaro – Docente di Medicina Estetica nel Master Internazionale biennale di II livello di Medicina Estetica e Terapia Estetica dell’Università di Camerino

Per carbossiterapia si intende l’utilizzo di anidride carbonica (CO2) medicale allo stato gassoso a scopo terapeutico. Da anni l’uomo la CO2 la assume con le bevande gasate, adesso la utilizza come farmaco.

Con la carbossiterapia si effettua un trattamento riabilitativo della microcircolazione.
Determina un aumento della velocità del flusso ematico tessutale locale:
• Favorendo un incremento della sfigmicità arteriolare e metarteriolare;
• Agendo sugli sfinteri precapillari della microcircolazione: determina un rilassamento delle fibrocellule muscolari lisce che caratterizzano strutturalmente gli sfinteri precapillari;
• Inducendo un aumento della deformabilità eritrocitaria.

La carbossiterapia è indicata in tutta una serie di patologie croniche che vedono compromessa la microcircolazione:

– cellulite
– insufficienza venosa cronica
– linfedemi
– ulcere venose
– ulcere arteriose
– morbo di Buerger (tromboangioite obliterante)
– acrocianosi
– fenomeni di Raynaud
– invecchiamento cutaneo
– psoriasi
– reumoartropatie.
 
 

L’aumento della velocità e della entità del flusso ematico tessutale locale e della sfigmicità arteriolare e metarteriolare è stato osservato mediante videocapillaroscopia a sonda ottica (VCSO) da Parassoni e altri autori e rilevato mediante Laser Doppler Flow da Curri, Albergati, Lattarulo, Parassoni, Varlaro.

Nel 2006 Manzo, Villeggia, Varlaro hanno dimostrato mediante linfoscintigrafia radioisotopica gli effetti favorevoli della carbossiterapia sul flusso linfatico degli arti inferiori in situazioni cliniche di grave veno-linfostasi.

Nel 2007 Varlaro e altri confermarono con uno studio effettuato mediante valutazione clinica, ecocolordoppler venoso, linfoscintigrafia radioisotopica e pubblicato su Acta Phlebologica, gli effetti favorevoli della carbossiterapia in situazioni cliniche di linfedema severo.

La carbossiterapia agisce anche mediante altri meccanismi:
• Attivazione recettoriale;
• Amplificazione degli effetti Bohr e Haldane.

L’anidride carbonica (CO2) prodotta dal metabolismo cellulare, per essere eliminata, diffonde dall’interno all’esterno delle cellule in forma gassosa e sempre in forma gassosa, passa dallo spazio interstiziale nei capillari.

Al suo ingresso nel capillare la CO2 va incontro a tutta una serie di reazioni chimiche e fisiche che sono essenziali per l’eliminazione di tale gas.
Una piccola frazione di CO2 presente nel plasma (il 7% di tutta l’anidride carbonica trasportata) è trasportata ai polmoni sotto forma di gas disciolto in soluzione.
Una parte della CO2 disciolta nel sangue reagisce con l’acqua per formare acido carbonico.
Questa reazione è molto lenta a livello plasmatico dove è trascurabile mentre è molto veloce a livello eritrocitario grazie a una particolare specializzazione enzimatica: all’interno dei globuli rossi è presente un enzima denominato anidrasi carbonica che catalizza la reazione tra l’anidride carbonica e l’acqua aumentando la velocità di tale reazione di 5000 volte rispetto a quella che si verifica nel plasma.
Questo tipo di reazione è da tenere in assoluta considerazione poiché rappresenta il meccanismo principale di eliminazione della CO2 prodotta dal metabolismo tissutale e della CO2 iatrogena introdotta con la carbossiterapia.
Invece di richiedere molti secondi o addirittura alcuni minuti, come accade nel plasma, nei globuli rossi la reazione che porta alla formazione dell’acido carbonico avviene così rapidamente da raggiungere lo stato di equilibrio in una frazione di secondo.
Ciò permette a grandi quantità di anidride carbonica di reagire con l’acqua contenuta nei globuli rossi ancor prima che il sangue abbia lasciato il capillare.
Il legame reversibile dell’anidride carbonica con l’acqua negli eritrociti, in seguito all’intervento dell’ anidrasi carbonica, è responsabile di circa il 70% del trasporto dell’anidride carbonica dai tessuti ai polmoni.

Quando si somministra anidride carbonica tale gas viene eliminato dall’organismo con gli stessi meccanismi con cui viene eliminata la CO2 prodotta dal metabolismo cellulare.
La CO2 non è embolizzante e questo fa si che tale metodica terapeutica sia priva di rischi.

Altro aspetto da sottolineare è l’atossicità dell’anidride carbonica somministrata.

La carbossiterapia, in concreto, realizza azioni:
Riabilitative della microcircolazione;
Lipolitiche.

L’azione riabilitativa della microcircolazione torna vantaggiosa nel trattamento della cellulite perché agisce sulla componente vascolare alterata che caratterizza la fisiopatologia microcircolatoria della PEFS.
Intervenendo sulla vis a tergo della microcircolazione, correggendo, cioè, l’iposfigmia delle metarteriole e delle arteriole si risolve quella situazione di stasi veno-linfatica che caratterizza, appunto, la PEFS.
Se immaginiamo la cellulite come una spugna imbevuta di acqua, l’eseguire la carbossiterapia è come realizzare una strizzata energica della spugna stessa.
Con la carbossiterapia migliorano le problematiche di stasi veno-linfatica che determinano l’edema cronico del tessuto adiposo che innesca quei processi abiotrofico-regressivi-riparativi del tessuto adiposo identificati da Curri come PEFS.

L’azione lipolitica della carbossiterapia torna vantaggiosa nel trattamento della cellulite perché agisce sulla componente adiposa, cioè sulla adiposità localizzata in eccesso determinando la lipolisi dei trigliceridi intradipocitari ipertrofici in acidi grassi e glicerolo.
L’azione lipolitica della carbossiterapia è legata principalmente a tre meccanismi:
• Aumento del flusso ematico tessutale locale;
• Attivazione recettoriale;
• Amplificazione dell’effetto Bohr e dell’effetto Haldane.

L’aumento del flusso ematico tessutale locale favorisce la lipolisi perché aumenta la quantità di ossigeno che è trasportato dal sangue dagli alveoli polmonari ai tessuti e che è rilasciato dall’emoglobina a livello dei tessuti trattati.
Con un maggiore apporto e rilascio di ossigeno vengono favoriti i processi ossidativi degli acidi grassi.
Un aumento del flusso ematico tessutale locale si traduce in un aumento del metabolismo tessutale locale con una conseguente maggiore richiesta energetica da parte del tessuto adiposo coinvolto e una maggiore stimolazione della lipolisi.

Con la tecnica iniettiva sottocutanea la carbossiterapia realizza un enfisema sottocutaneo che determina l’attivazione di esterocettori che stimolano la liberazione di sostanze algogene che attivano la lipolisi distrettuale.

L’amplificazione dell’effetto Bohr e dell’effetto Haldane significa un più facile rilascio da parte dell’emoglobina dell’ossigeno che si rende biodisponibile per i processi ossidativi degli acidi grassi.
Le controindicazioni alla carbossiterapia sono diverse: alcune assolute, altre relative.
La carbossiterapia è controindicata nella insufficienza cardiorespiratoria cronica grave, nella insufficienza renale cronica grave, in soggetti che assumono farmaci inibitori dell’ anidrasi carbonica, nell’anemia grave.

Le tecniche di somministrazione della CO2 sono principalmente due: percutanea, iniettiva.

Per la terapia iniettiva si utilizzano apparecchiature sofisticate: dei dosatori di CO2 medicale con una tecnologia avanzata e affidabile come la Carbo Max della GMV.
Una volta che la CO2 inizia a diffondere nel sottocutaneo si fissa l’ago sulla pelle con un cerotto e si lascia che la diffusione stessa si completi fino alle quantità programmate.
Quando si trattano il viso e l’addome l’ago non viene fissato ma tenuto infisso nel sottocutaneo fino a che l’anidride carbonica non satura l’area che si sta trattando dopodiché si estrae e si infigge in zone circostanti ancora da trattare.